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Coronavirus e norme nella società vulnerabile

Varie ed eventuali - Manlio Cammarata - 25 marzo 2020

Tutti chiusi in casa, tutti online. Chi per studio o lavoro, chi perché non ha altro da fare. E le reti non ce la fanno. Rallentano, rallentano fino a diventare inservibili. Va bene a chi vive in una grande città, ma chi risiede in un piccolo centro in molti casi è tagliato fuori. Tagliato fuori dalla società, tagliato fuori da quel mondo che qualcuno continua a chiamare "virtuale" e che invece oggi si rivela come la sola "realtà" del contatto con gli altri e con le istituzioni.

E c'è chi il senso della realtà lo perde. C'è una petizione online per aumentare la capacità delle reti di trasmissione. Una specie di danza della pioggia in tempo di siccità. Ma meno efficace. Infatti può accadere che il giorno dopo piova – e allora si dirà che la danza ha avuto effetto – ma è impossibile che da un giorno all'altro la fibra ottica copra l'Italia e i server siano adeguati al traffico di un tempo di crisi in cui tutti si connettono da casa, telelavorano o inondano i social con tsunami di fake news e stupidaggini.

Accade in questi giorni quello che avevo previsto esattamente venticinque anni fa, intitolando un forum Comportamenti e norme nella società vulnerabile. Lo so che non è elegante autocitarsi, ma nella pagine di InterLex (nata da quel forum) c'è la storia di questi anni, che chiunque può ripercorrere Qui trova le premesse della situazione di oggi – mentre la memoria dei social dura poche ore.

Allora, nel 1995, c'era un problema di norme in ritardo sull'evoluzione della società. Ma pochi si rendevano conto che il sistema che incominciava a svilupparsi era intrinsecamente vulnerabile. Oggi lo tocchiamo con mano.
Il fatto è che non è stata costruita quell'architettura normativa che avrebbe dovuto adeguare la struttura della società allo sviluppo delle tecnologie.

Oggi le norme sono troppe. Alle disposizioni ordinarie si aggiungono quelle emanate per fronteggiare l'emergenza. Un guazzabuglio, una matassa inestricabile dove un occhio attento può scoprire forzature costituzionali e violazioni dei diritti fondamentali (ne ha parlato Andrea Monti in Il corto circuito del diritto è il black-out della democrazia).

L'inadeguatezza delle reti era già emersa l'11 settembre 2001. Nelle ore degli attentati a New York e a Washington l'internet era collassata e solo la televisione era riuscita a fornire un'informazione in tempo reale (vedi Attacco all'America: nel sistema dei media vince ancora la televisione - 11 settembre, la sconfitta della Rete).
Forse, per capire il nostro tempo alla luce della storia, vale la pena di leggere anche Con la scusa di combattere il terrorismo e Il cattivo uso della rete di Andrea Monti.

Dopo vent'anni i temi sono altri, l'emergenza sanitaria è in prima pagina più del terrorismo, le reti di comunicazione sono diventate la colonna portante dei rapporti sociali e, a volte a sproposito, dell'informazione. Ma, a ben guardare, i problemi non sono molto diversi.
Tutti stanno a casa, tutti si collegano contemporaneamente e la rete rallenta (e meno male che non collassa, o non è collassata fino a questo momento).

Si fanno pressanti gli inviti al telelavoro (o smart working, con il solito inutile anglicismo, lavoro agile per il nostro fantasioso legislatore). Se ne discute da anni, si sa che potrebbe – fra l'altro – alleviare la paralisi del traffico in città come Roma, ma non si è fatto nulla di concreto, né a livello di organizzazione né a livello di strutture. Così, appena si tenta un più diffuso sistema di lavoro a distanza, si scopre che la rete non ce la fa. Senza contare i problemi di sicurezza, come ci spiega in questo articolo Andrea Gelpi.

Questi – sovraccarico e insicurezza – sono sono i temi dominanti della "società vulnerabile" di oggi. Niente di nuovo, purtroppo.

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