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USA 2017: così l'America di Trump distrugge la privacy

Privacy e sicurezza - Manlio Cammarata - 10 aprile 2017
"Disgusting, appalling". Disgustoso, terribile. Questo è stato il commento di Tim Berners Lee, l'inventore del World Wide Web, alla decisione di permettere alle società di telecomunicazioni di vendere i dati degli abbonati. E non è tutto...

I venti di guerra che in questi giorni spirano in tante parti della Terra hanno tolto dalle prime pagine altre iniziative controverse del Presidente degli Stati Uniti. Una, in particolare, non ha attirato un'attenzione dei media adeguata alla sua gravità: una settimana fa, il 3 aprile 2017, Donald Trump ha firmato un provvedimento (votato dal Congresso) che annulla la protezione dei dati personali degli abbonati ai servizi di telecomunicazioni.

Il provvedimento era stato emanato alla fine del 2016 dalla Federal Communications Commission (FCC) con il titolo Protecting the Privacy of Customers of Broadband and Other Telecommunications Services. Seguiva, nella sostanza, l'orientamento europeo in materia di protezione dei dati. C'erano alcuni concetti che ritroviamo identici nel Regolamento (UE) 2016/679, come la privacy by design e la notifica delle violazioni. E altre norme ancora più avanzate, come l'obbligo di dichiarare che certi servizi sono forniti in cambio dei dati.

Ora l'atto S.J. Res 34 sancisce il disapproval di queste disposizioni. Nessuna norma le sostituisce, sicché viene meno anche il principio di informativa e consenso per i trattamenti dei dati. In poche parole, le società di telecomunicazioni possono vendere i dati personali degli abbonati senza il loro consenso.

Così si cancellano tutte le conquiste di vent'anni (e più) nel campo dei diritti della persona. Sul piano etico e su quello economico, perché nell'era dei Big Data le informazioni personali hanno un valore economico più che rilevante.

"Disgusting": così Sir Tim Bernes Lee, l'inventore del World Wide Web ha definito in un'intervista a The Guardian la marcia indietro dell'amministrazione USA sulla protezione della privacy. E l'aggettivo sembra appropriato

Ora per l'Europa ci sarà un bel problema: gli Stati Uniti si trovano senza dubbio tra i Paesi che non garantiscono alle informazioni personali un livello di protezione adeguato (articoli 45 e 46 del regolamento 2016/679). Questo dovrebbe rendere difficili i trasferimenti dei dati negli USA da parte delle tante aziende americane che operano nell'Unione europea (Google, Microsoft, Apple, Facebook, per citare alcune tra le più grandi).

L'accordo Eu-Us Privacy Shield, siglato l'anno scorso in sostituzione del "Safe Harbor" (bocciato dalla Corte di giustizia europea), non sembra offrire rimedi certi anche di fronte a una nuova, non incredibile prospettiva di invasione della privacy dei cittadini europei da parte delle autorità americane.

Riferisce infatti la Repubblica del 4 aprile scorso (citando il Wall Street Journal) che sarebbero in preparazione controlli particolarmente invasivi anche su coloro che possono entrare negli USA senza visto - quindi anche i cittadini di molti Stati membri della UE: "potrebbe essere chiesto di condividere con le autorità locali i contatti contenuti sul cellulare, le password per gli account sui social media e le proprie informazioni finanziarie".

Per chi ama pensar male, non sono solo informazioni che riguardano la lotta al terrorismo, ma interessano anche ai padroni dei Big Data, i "profilatori" a fini commerciali dai quali non riusciamo a difenderci

Di una "morte della privacy" si parla da molti anni. Ma ora non sembra più una congettura da intellettuali. Potrebbe essere venuto il momento di organizzare il funerale.

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